I danni della violenza assistita

Le dinamiche della violenza domestica interferiscono sulla relazione con i figli, alterando l’espressione delle funzioni genitoriali della madre e del padre maltrattante e i modelli di attaccamento. Una madre maltrattata è una donna che oltre a danni fisici, può produrre una vasta gamma di sintomi cognitivi, emotivi, comportamentali, somatici.La violenza domestica, in misura diversa a seconda della sua gravità, danneggia le competenze genitoriali, influenzando fortemente la relazione con figlie e figli. La violenza assistita è una forma di maltrattamento che può determinare nelle/nei bambine/i e adolescenti effetti dannosi, a breve, medio e lungo termine, che investono le varie aree di funzionamento, psicologico, emotivo, relazionale, cognitivo, comportamentale e sociale. Questi spesso sono i malesseri che trattiamo nelle nostre ragazze.

Art. cit. www.donnamoderna.com

Si chiama “violenza assistita” e in Italia riguarda oltre 800.000 minorenni. Che vengono privati della spensieratezza dell’infanzia e crescono con la convinzione che gli abusi una forma di relazione. Ma aiutarli si può. In centri protetti dove riescano a ricostruire il rapporto con la madre.

Ricordo ancora il dolore sulla pancia quando ero incinta e lui mi buttò a terra, gridando che poteva farmi ciò che voleva. Appena nato, il bambino cominciava a piangere alle sue urla e man mano che cresceva si nascondeva dietro i mobili o correva a proteggermi, così a volte veniva colpito anche lui. Restava muto e si aggrappava a me». Marina, 30 anni, commessa, non è la sola a dover fare i conti con le conseguenze degli abusi domestici. Anche suo figlio è una vittima: di “violenza assistita”. Si definiscono così i minori costretti a vedere il padre che insulta, picchia e stupra la madre. L’Istat stima siano circa 800.000 nel nostro Paese. «Non essendo “bersagli diretti”, il loro dramma è spesso sottovalutato» spiega Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea, onlus che sostiene le donne vittime di violenza e, con il progetto “Piccoli ospiti”, anche i loro figli. «Eppure gli effetti sono uguali a quelli dei bambini che subiscono violenza. Quando arrivano nei nostri centri, è difficile capire se siano stati picchiati o abbiano “soltanto” visto picchiare».

Non riesce a sviluppare una personalità autonoma

«Sono bambini agitati e iperattivi, con difficoltà di apprendimento, enuresi, disturbi del sonno, problemi di alimentazione e di socializzazione» precisa Lella Palladino, presidente di D.i.Re, Rete nazionale di centri antiviolenza, altra realtà al fianco di mamme e bambini. «Si tratta degli stessi segnali manifestati dai piccoli abusati sessualmente». Perché sono il frutto delle stesse emozioni. Così le racconta Zdenka, oggi 47enne, che le ha vissute ed è stata aiutata da Pangea: «Avevo 7 anni e molta paura, mi sentivo confusa e in pericolo. Pensavo solo a quando sarebbe finita e subivo tutto passivamente, in silenzio». A farne le spese è il processo di costruzione della personalità del bambino. «Da una parte i piccoli tendono ad allinearsi al padre, che è il modello vincente, quello che guadagna e compra i giocattoli mentre la madre resta a casa a piangere, svalutata e umiliata. Dall’altra tendono a proteggere la mamma. In questo caso c’è un’inversione di ruoli e vengono “adultizzati”» continua Palladino.

Il fenomeno è sottovalutato

Sebbene la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa ponga la tutela del minore al primo posto nei casi di violenza domestica, il fenomeno tende a essere sottovalutato. «Secondo la Convenzione, finché il padre violento non intraprende un programma di recupero dovrebbe essere allontanato sia dalla moglie sia dai figli, perché pericoloso per la loro sicurezza. Troppo spesso ciò non accade e così il percorso di rieducazione dei minori diventa lungo e difficile» spiega Simona Lanzoni. «Inoltre spesso i padri non vogliono che i bambini siano aiutati da professionisti a superare il trauma vissuto perché non si riconoscono violenti. In questo sono spesso indirettamente facilitati da assistenti sociali, psicologi, avvocati e giudici che temono manipolazioni delle dichiarazioni dei minori visto che i piccoli sono testimoni nei processi. Processi che durano anche 10 anni». Così i bambini continuano a crescere con la convinzione che le botte siano una forma di relazione. Un messaggio pericoloso che alimenta la catena transgenerazionale della violenza, creando nuovi uomini maltrattanti e nuove donne maltrattate.

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