Il sistema di accoglienza: bisogni e contraddizioni

In un recente articolo de Il Mattino (15 maggio 2019, “Maltrattamenti sui bambini il triste record in Campania”, di Daniela De Crescenzo) emerge un dato preoccupante, ma a noi tristemente noto: le violenze sui minori sono preponderanti al Sud ed i Servizi – che potrebbero porre un margine a questo fenomeno – sono in difficoltà.

Come emerge dall’ Indice regionale del Cesvi, la Campania risulta all’ultimo posto in Italia per quanto riguarda i fattori di rischio di abuso sui minori: questo significa che chi nasce in Campania ha una maggiore probabilità di essere un minore maltrattato. Infatti le carenze di cure genitoriali, i maltrattamenti e gli abusi sono connessi a quei fattori di rischio (povertà, carenze educative, giovane età dei genitori) che in Campania raggiungono proporzioni allarmanti.

A fronte di un rischio così alto per i nostri minorenni, la Campania risulta poi al penultimo posto in Italia come possibilità di accedere alle risorse e ai servizi ed è, ancora, al penultimo posto come rete di servizi presenti sul territorio. Questo significa che chi nasce in Campania non sempre riesce ad accedere a quei servizi che potrebbero aiutarlo.

A fronte di una situazione così problematica, il panorama italiano è segnato da un clima di sfiducia e denigrazione verso i servizi che si occupano di accoglienza di immigrati, ma anche di minori, che è ormai palpabile.

Pensiamo, ad esempio, alle recenti dichiarazioni di Salvini che, nel Congresso Internazionale delle Famiglie che si è svolto dal 29 al 31 maggio 2019 a Verona, ha preso una posizione forte sul tema dell’accoglienza dei minori fuori famiglia: «Ribadisco l’intenzione di chiedere l’istituzione di una commissione di inchiesta sulle case famiglia, per verificare la situazione delle decine di migliaia di minori che troppo spesso sono ostaggi di chi fa business sulla pelle dei bambini». E immediatamente, il 2 aprile 2019, la Lega ha depositato al Senato e alla Camera la proposta di legge per istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività di affidamento di minori alle case famiglia. Fra gli obiettivi dichiarati, quello di «Fare chiarezza sul numero dei minori coinvolti, in quali strutture siano ospitate e se quest’ultime rispettino gli standard minimi su servizi, assistenza, costi e trasparenza».

Più strisciante, ma efficace!,  è  la comunicazione che passa attraverso i Media: un esempio è la messa in onda della fiction “L’amore strappato” che, a partire da un caso vero di un errore giudiziario, tuttavia sembra promuovere  una visione in cui i servizi sociali“strappano” i figli dalle braccia della madre. I commenti sui social  ne sono la conferma .

E soprattutto, facendo una rassegna di come la carta stampata affronta la tematica,  è sistematicamente sottolineato quello che nel sistema di accoglienza non funziona, lasciando prive di voce tutte quelle realtà e quei servizi che operano in maniera trasparente ed efficace.

Il problema, purtroppo, è di portata anche più ampia. Il clima attuale italiano, innegabilmente, è ormai quello della non-accoglienza, della paura della diversità, della “semplificazione” dei ragionamenti.

In questi brusìo di accuse alle comunità che si occupano di ragazzi cresciuti fuori famiglia, è importante ascoltare la voce autorevole di quei professionisti che da anni sono impegnati in questo settore.

In merito alle parole di Salvini, una prima voce di rilievo è quella di Liviana Marelli, referente per i minorenni del Cnca (Coordinamento nazionale della comunità di accoglienza).  La Marelli definisce le recenti accuse del Ministro dell’Interno una «stortura non solo politica ma anche umana». Difatti, come ricorda la referente Cnca, non solo le rette millantate di 400 euro non corrispondono al vero, ma le cooperative sociali che si occupano del settore, proprio a garanzia della trasparenza, sono tenute a rendere pubblici i bilanci.

Altra voce autorevole che si è alzata in difesa delle comunità è quella di Giovanni Fulvi, presidente del Cncm (Coordinamento nazionale delle comunità per minori), dalle cui parole emerge come le comunità garantiscano poi una tutela a quei minori che non sono in stato di adottabilità; se l’accusa è quella di “tenere in ostaggio” dei minori nelle comunità, i dati dicono invece che «non ci sono frotte di bambini che attendono d’essere adottati», spiega Fulvi, anzi la comunità è necessaria proprio perché «si lavora per farli rientrare nella loro famiglia di origine».

Infine, le parole di Gigi De Palo, presidente del Forum di Verona, rappresentano un’apertura verso la possibilità di parlare in maniera più pertinente – e più umana, anche – dei servizi che si occupano di famiglie e di minori: «Ora sappiamo come non si deve parlare di famiglia, di vita e di donne (…) c’è un mondo reale che vuole politiche per la famiglia e per la natalità e che ci si può mettere seriamente attorno ad un tavolo a lavorare».

Ma, in un contesto del genere, la Campania è in grado di impegnarsi a  tutelare i minori in difficoltà e a garantirne i diritti?

 

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