Perché le fondazioni filantropiche italiane dovrebbero iniziare a finanziare obiettivi strategici e organizzazioni e non solo progetti?

Articolo cit.  www.vita.it

Il paradosso del ciclo di vita dei progetti

Ho partecipato al mio primo progetto sociale nel 1989. Avevo 16 anni e coordinavo al CEPIM- Centro Persone Down di Torino uno dei primi progetti in Italia di educazione tra pari per l’autonomia sul territorio con coetanei con disabilità mentale.
Per i successivi vent’anni anni ho contribuito a costruire, scrivere, presentare, trovare finanziamenti, coordinare, gestire, monitorare, valutare progetti in diversi ambiti del terzo settore in vari paesi.
Strumenti di progettazione come il quadro logico e la gestione del ciclo del progetto originariamente utili come strumenti di analisi, sono stati, negli ultimi vent’anni, oggetto di processi di feticizzazione che hanno prodotto, nel terzo settore, delle gravi distorsioni sia sul valore intrinseco degli strumenti, sia in relazione con il mito della necessità della riduzione all’osso/contenimento assoluto dei costi di struttura/costi generali degli enti del terzo settore e conseguente circolo vizioso: esisto se produco progetti, produco progetti per esistere.
La spirale del produrre e rendicontare progetti all’inseguimento delle priorità dei bandi e delle mode sbandierate nelle iniziative da parte di finanziatori pubblici e privati e la perpetuazione di un sotto-investimento cronico nelle organizzazioni, capacità e staff degli enti del terzo settore ha portato al mancato sviluppo delle sue migliori potenzialità.
Il cattivo uso del quadro logico (e strumenti derivati) non come uno degli strumenti di analisi, ma come panacea omnicomprensiva, ha dimostrato l’incapacità di catturare la fluidità, complessità e durata dei processi di cambiamento sociale, tentando di imbrigliare articolate azioni in maglie lineari, troppo strette, troppo limitate e limitanti.
L’istituzionalizzazione dell’idea di separare la promozione di processi di cambiamento sociale in attività – progetti – scorporate dalla vita quotidiana dell’organizzazione, del suo staff, del suo management generale ha prodotto una debolezza intrinseca degli enti del terzo settore e una loro dipendenza pressoché totale dalla produzione e gestione di progetti.
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Una risposta

  1. Ida Mazzarella ha detto:

    “Se state leggendo questo articolo è molto probabile che siate una organizzazione non profit, una associazione, una fondazione, una cooperativa o un’impresa sociale…” allora leggete anche questo interessantissimo articolo in risposta all’intervento di Carola Carazzone.

    http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/truth-power-quella-innovazione-necessaria-il-terzo-settore

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